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Domenica 15 Luglio 2018

La relazione di Giacomo Leonelli alla Direzione regionale del Pd Umbria del 14/03/2018

Perugia (PG) - RELAZIONE DIREZIONE REGIONALE PD 14/03/2018

A dieci giorni dalle elezioni politiche, eviterò di riprodurre analisi già ampiamente svolte da analisti, politologi, giornalisti, nonché dalla direzione nazionale di lunedì, condividendo sostanzialmente nel percorso prospettato, sia di partito che di opposizione al futuro governo, la relazione del vice segretario Maurizio Martina: mi associo al suo pensiero, quando dice che il voto, nel definire la sconfitta di un intero campo politico culturale ha realizzato una “cesura storica tra le culture fondative della Repubblica e il Paese”. Un voto che si incardina in un contesto internazionale omogeneo, che in questi anni ha prodotto la vittoria di Trump negli Stati Uniti, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, l’avanzata dirompente della destra radicale in alcuni paesi dell’Unione, come l’Olanda, l’Ungheria e la Polonia, e la relativa compressione, ben al di sotto delle soglie storiche di oscillazione, dei partiti di ispirazione socialista come in Francia o in Germania. Un contesto comune, nel quale a fronte della progressiva subalternità, nella società contemporanea, dei principi cardine della cultura ispiratrice della sinistra novecentesca, si verifica un’inversione a 180 gradi della cultura dominante della destra: dalla destra conservatrice e liberista che abbiamo studiato nei libri di scuola, in pochi anni si passa all’egemonia culturale del sovranismo, della chiusura, dei dazi e del protezionismo, in un’acrobazia culturale che non sembra lasciare troppi strascichi in quel campo e che ad oggi mostra scarsi segnali di cedimento nella saldatura tra un mondo moderato e fortemente conservatore che in Italia si è sempre schierato contro il centrosinistra e l’onda avanzante di questa nuova destra. Una destra nuova che ci coglie impreparati, in quanto agitando e anteponendo le paure dell’immediato a tutto il resto, gioca la contesa politica su un campo nel quale ci rifiutiamo legittimamente di scendere o dove altri, se riescono a trascinarci su questo terreno, risultano più credibili nell’immediatezza delle risposte; tutto ciò al netto della valutazione di quanto è stato fatto e al netto del merito e della percorribilità delle rispettive tesi e proposte, vedasi su tutti il tema immigrazione.
Abbiamo bollato l’esito elettorale come la vittoria del populismo, e per questo siamo stati criticati aspramente: premesso che lo stesso Salvini rivendica orgogliosamente tale appartenenza, questa non va vista né come una sub cultura con la quale non confonderci, né tantomeno come un destino inesorabile rispetto al quale arrendersi. Il populismo va semplicemente inquadrato come un fatto proprio della democrazia che trae linfa vitale nella denuncia delle imperfezioni dell’ordinamento e della democrazia, esasperandole, senza la ricerca delle cause, anzi traendo giovamento e consenso dalla mera enunciazione delle medesime. Compito di chi non si riconosce in questo modello sarebbe quello di correggere tali imperfezioni, così da rallentare la cinghia di trasmissione tra queste e la loro sempre crescente denuncia. In altre parole la tensione ideale va ricercata nel riformismo e cioè nell’approccio per cui la priorità sarebbe quella della ricerca delle cause al fine della correzione delle imperfezioni.
Se va fatta un’autocritica a noi stessi, io penso che vada fatta proprio al profilo riformista di questi anni: intendiamoci, non alla carenza di riforme, quanto alla carenza presumibilmente di quel coefficiente di progettualità alternativa e più dirompente della retorica populista; a proposito, si è detto da più parti che è limitativo connotare il consenso a Lega e Movimento 5 Stelle come figlio del solo voto di protesta. Concordo. Resta il fatto che difficilmente in questa campagna elettorale abbiamo ascoltato come tesi del sostegno a l’uno o all’altro i rispettivi modelli di governo (Lombardia per la Lega, Roma o Torino per il M5S) o un “fact checking” particolarmente approfondito sulle proposte su immigrazione o reddito di cittadinanza. Dunque l’enorme consenso riversato a Lega e M5S sembra essere più figlio di un’apertura di credito fiduciaria verso due movimenti, che invece l’elettorato ha ritenuto di non concedere al PD. La sensazione infatti è che le tante cose fatti, i dati Istat su PIL e occupazione, le riforme annose e strutturali prodotte, essendo state percepite nel complesso al di sotto dell’asticella della sufficienza, non siano state vissute come un primo passo da correggere e ultimare, ma come un portato insufficiente a ricevere una nuova apertura di credito da parte degli elettori, anche tenuto conto che al di là del profluvio di dati e di leggi fatte, e di alcune parole d’ordine “in difesa di” (Europa, Lavoro, Diritti ecc.ecc.) non siamo stati forse capaci di far emergere quel profilo progettuale forte tale da trascinare gli altri nel nostro campo, di cui sopra.
E veniamo all’Umbria: qui abbiamo cercato di caratterizzare la campagna elettorale sui temi, producendo documenti e materiale e prendendoci impegni precisi, ma la sensazione è che questo lavoro sia stato percepito poco o per niente, travolto dalla dinamica nazionale. Anche in Umbria il Pd sembra attestarsi in un dato tendenziale. Terza regione italiana per percentuale al Partito Democratico, dopo Toscana e Emilia, come è sempre stato dalla sua nascita, 6/7 punti sopra la media nazionale (come alle politiche 2013), che ovviamente proporzionalmente sale quando la media nazionale cresce (vedi 8 punti in più alle Europee 2014); ciononostante il centrodestra assume nella nostra regione un vantaggio abbastanza stratificato tale da consentirgli di vincere tutti i collegi, stante anche il dato modesto sempre rispetto alla media nazionale del Movimento 5 stelle, che comunque si assesta come prima forza politica della regione. Un dato politico, così come a livello nazionale, netto e inequivocabile anche in Umbria, che al netto di alcuni elementi da tenere comunque in considerazione, e cioè che in perdiamo meno voti in proporzione di Toscana e Emilia, e che confermiamo sostanzialmente i voti assoluti delle regionali con alcuni dati più positivi (vedi Perugia +900) e altri più negativi (vedi Foligno -600), ci impongono una seria riflessione. Da qui le mie dimissioni: al contrario di quello che dice qualcuno non le ritenevo affatto dovute e peraltro il decorso degli eventi mi ha dato ragione visto che solo una manciata di segretari regionali si è dimessa e con dati del partito sicuramenti non migliori del nostro; tutti gli altri sono rimasti al loro posto e anzi, notizia di ieri, il nazionale ha ritenuto di congelare le nostre dimissioni: se mi sono dimesso, oltre che per dare un segnale di vicinanza ai nostri iscritti e elettori, è stato per agevolare una riflessione non tanto sulle cause di una sconfitta nazionale, le cui sedi pertinenti sono comunque altre, ma una riflessione pro futuro. Sono fermamente convinto che ci siano tutte le condizioni per produrre un’accelerazione su alcune priorità dell’Umbria che possono consentirci di arrivare più forti alle scadenze elettorali 2018-2019 e 2020. Ne cito almeno tre, sulle quali nei prossimi mesi vorrei che il mio partito discutesse: buona occupazione, infrastrutture e aeroporto, abbattimento liste d’attesa. Il tutto senza eludere il fatto che accanto a una rinnovata agenda politica non sarebbe incongruo introdurre alcuni elementi di innovazione negli interpreti. Sono convinto di questo percorso perché penso – come dimostra oggi il dato delle regionali del Lazio, dove la nostra coalizione prende più di 10 punti in percentuale in più rispetto alle politiche – non tanto che Zingaretti sia un marziano, quanto piuttosto che – le amministrative 2014 in Umbria insegnano – la gente sa per cosa vota e può tranquillamente cambiare il proprio voto da una consultazione all’altra, a maggior ragione se di natura differente.
Dopodiché in onestà va detto che se la mia aspettativa era quella di promuovere un dibattito serio sul futuro, mi pare che siamo partiti con entrambi i piedi sbagliati, se possibile. E non mi riferisco, come qualcuno potrebbe supporre, all’iniziativa promossa dai sindaci sabato: non condanno lo “spontaneismo”, in passato anch’io ho promosso iniziative del genere e penso che quando le persone partecipano e discutono vanno sempre rispettate. Alcuni temi sono condivisibili, altri un po’ meno, altri ancora non stanno né in cielo né in terra: è possibile sostenere che il partito regionale sarebbe stato assente in alcune dinamiche amministrative di tensione sugli assetti o all’interno del PD, o in coalizione, quando, interpellato, sconsigliò vivamente (eufemisticamente) determinate scelte o revoche al sindaco di turno che ciononostante è poi andato dritto per la sua strada per poi prendersela col partito regionale stesso? Credo di proprio di no. Come ho già avuto modo di dire fa pensare a colui che appicca il fuoco e poi se la prende con i pompieri perché non lo spengono.
Ma ribadisco, quella discussione di quel sabato mattina, non mi spaventa, casomai a lasciarmi perplesso sono state alcune esternazioni o interviste: è pensabile strumentalizzare sul piano locale un dato nazionale per fare i processi a questo o a quell’altro dirigente? Ma soprattutto, a chi giova? Giova al Partito Democratico dell’Umbria, ai sindaci e ai prossimi candidati sindaco, al governo della regione, teorizzare che l’esito elettorale sia un esito figlio del giudizio negativo sulla classe dirigente dell’Umbria, quando tutte le analisi, comprese quelle sui flussi elettorali, ci dicono che non ci sono particolari anomalie locali? Era pensabile poter vincere i collegi quando di fronte ad un 18% nazionale, e una coalizione ridotta, avremmo dovuto prendere nel migliore dei casi il 36% che sarebbe bastato a vincere peraltro solo il collegio nel quale ero candidato io? Eppure il dato storico ci dice che in Umbria siamo sempre stati 6-7, massimo 8 punti avanti alla media nazionale. E ancora, è possibile utilizzare giornalisti “compiacenti” (secondo eufemismo) per veicolar che il segretario regionale era candidato in un collegio “blindato” quando quel collegio era considerato da tutte le proiezioni a rischio e comunque di fatto alla pari degli altri, almeno della Provincia di Perugia? Ed è possibile rilasciare a quel giornalista, buon per lui in pensione ma sempre più compiacente, un’intervista a due giorni dal voto nella quale si dice che un candidato diverso avrebbe vinto nel collegio 1 al posto del segretario regionale? Visto che i dati macroscopici non bastavano evidentemente agli occhi di qualcuno, è dovuto intervenire il Prof. Bracalente ad ammettere candidamente che non sarebbe cambiato nulla.
Tutto questo a corollario di una campagna elettorale dove non sono mancate le tensioni, come quelle innescate da un partito alleato a livello nazionale, comunale e regionale che ha prodotto quattro comunicati e una conferenza stampa alla presenza di un assessore regionale per ribadire che non avrebbe votato alle elezioni PD e centrosinistra. Vogliamo soprassedere? Al di là dell’irrilevanza elettorale dimostrata, è normale affrontare i prossimi percorsi amministrativi dando un messaggio del genere ai futuri alleati, per cui la coalizione è una porta girevole? Così come non sono mancate le tensioni sulle liste, rispetto alle quali ribadisco: tutti i nomi degli uscenti, unitamente al documento votato in direzione all’unanimità sono stati sottoposti alla segreteria nazionale, senza preferenze o predeterminazioni di posizionamento in lista. Anche qui, si può interpretare sempre e comunque in modo malevolo la dichiarazione di un segretario regionale che in tutta sincerità dice che non avrebbe avanzato la propria candidatura alle politiche teorizzando chissà quali strategie o sotterfugi furbeschi del medesimo? Peraltro, tutti i segretari regionali sono stati candidati, non avrebbe avuto bisogno di particolari commedie. E ancora: è pensabile che le liste in tutta Italia le abbia fatte Renzi, così come unanimemente riportano tutti gli organi di stampa, e in Umbria le abbia fatte Leonelli? Se così fosse peraltro magari si sarebbe messo nella posizione più protetta possibile, non nel collegio uninominale.

Una fase si chiude. Preso atto della richiesta della segreteria nazionale di “congelare” le dimissioni, ho subito chiamato il responsabile organizzazione Rossi, ribadendogli la mia ferma e irremovibile volontà, anche alla luce del dibattito interno prodotto dopo il voto, di dimettermi. Siamo quindi nella piena facoltà stasera di eleggere una reggenza che ci porti alle elezioni amministrative e poi, credo il prima possibile, al congresso regionale. Una reggenza che credo non possa prescindere da figure come i due segretari provinciali, il tesoriere e il capogruppo in regione.
L’auspicio è che questo dibattito, finalizzato a delegittimare qualcuno di noi, finisca presto e si possa dare corso a una fase nuova che metta al centro contenuti e futuro. E magari a quei giornalisti compiacenti, ogni tanto, non dico di suggerirgli di sparlare un po’ anche degli altri, perché non è elegante, ma se potessero anche un minimo raccontare ciò che di buono facciamo non sarebbe così male. Perché in questi anni qualcosa di buono, questa segreteria l’ha fatto: ci sono in questa sala alcuni manifesti a ricordarcelo, come la fibra o l’alta velocità, punti cardine del programma 2015, come il danno indiretto da terremoto, come il progetto sulla bellezza (a proposito, ci si dice, che dovevamo parlare anche di bruttezza; può essere vero, ma la mia idea è che il modello di sviluppo dell’Umbria debba essere costruito sulla bellezza e sulla qualità più che sulla bruttezza); e come il reddito d’inclusione, vicenda emblematica di questi anni: siamo stati i primi in Italia a giugno 2016, seguiti ad agosto dalla Sardegna, a sperimentare un modello, poi preso ad esempio dal Governo; Il Corriere della sera titolò “la Sardegna prima regione in Italia”. I primi eravamo stati noi, ma in quei giorni si parlava sui giornali solo della crisi di giunta.
Tutto questo per dire che un conto è l’analisi critica, un conto è l’autoflagellazione speciosa, figlia della volontà di delegittimare prima di tutto il vicino di banco, che in un clima di contendibilità piena della nostra regione fa del male a tutti, ed è giunta l’ora di rendersene conto.
Infine, un ringraziamento alle nostre dipendenti, Noemi e Lucia, a questa segreteria e a questa direzione: un gruppo dirigente giovane, che per puro volontariato ha assunto la guida nella fase storica più difficile dal dopoguerra in poi del centrosinistra in Umbria, e che forse avrebbe meritato un pizzico in più di generosità. Non lo neghiamo, la sensazione è stata troppo spesso, invece, che le sconfitte erano di pochi (vedi Todi) e le vittorie di tutti (vedi Assisi). Penso che nonostante tutto in questi anni una generazione sia cresciuta e che starà a lei giocarsi le proprie carte con impegno, passione e capacità per il futuro della nostra regione.

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DISCLAIMER: Questo articolo è stato emesso da Partito Democratico Umbria ed è stato inizialmente pubblicato su www.pdumbria.it. L'emittente è il solo responsabile delle informazioni in esso contenute.

[Fonte: Umbria OnLine]

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